I Sensi
dell’Amore e dell’Inconscio
Gilberto Gamberini
Copyright ©
2004-2008 [Gilberto Gamberini]. Tutti i
diritti riservati.

I Sensi dell’Amore e dell’Inconscio
Fonte Gianfranco Ravasi AVVENIRE
I
cinque sensi della Bibbia …. Cantico dei cantici…. dell'amore proclamato
dalla donna in una reiterata formula di donazione e appartenenza reciproca: «Il
mio amato è mio e i o sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio».
Come è facile intuire dal realismo magico dei sensi si passa a un
"senso" interiore più alto e puro. ….. … Eppure è indubbio che - come
diceva un commentatore - sul letto degli amori si accende una luce trascendente
che in quell'amore umano vede l'iridescenza di altre tonalità fino all'Amore
supremo e mistico. Detto in altri termini, il "senso letterale" è
destinato a germogliare simbolicamente in un "senso spirituale".
Importante è proprio questo avverbio "simbolicamente". Il rischio,
infatti, è quello di fermarsi alla "lettera" riducendo il Cantico
a un poema erotico; oppure è quello di ignorare i "sensi"
(nell'accezione sensoriale e sensuale) per trasformare quella coppia in una
larva angelica misticheggiante. Entrambi i "sensi" o significati
devono stare insieme ("simbolo" deriva appunto da syn-ballein,
"mettere insieme"). Ecco, allora, il rilievo che ha la corporeità
negli 8 capitoli dell'opera, con tutto l'apparato dei "sensi"
fisiologici, per altro occhieggianti anche nel resto della Bibbia con una
pulsione mai pudibonda o puritanamente repressa. ….Primum videre,
dicevano i latini. Ecco, dunque, il gioco degli occhi della donna che
ammiccano dietro il velo, occhi «che stregano», confessa l'innamorato, occhi
che si fissano abbacinati sullo splendore del corpo femminile fermo o
abbandonato alla frenesia di una danza orientale. Occhi e orecchi si
intrecciano spontaneamente, consapevoli come si è che la parola è la via
suprema della comunicazione: «Fammi vedere il tuo viso» - implora l'amato
- «fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e
il tuo viso affascinante!». Visione
e ascolto sono, per altro, i due grandi poli anche dell'esperienza religiosa
biblica: «Ascolta, Israele!» è il monito costante, mentre «vedere
Dio faccia a faccia così come egli è» diventa la grande meta della
contemplazione. La raggiera dei sensi
si dispiega ulteriormente col gusto. Il
Cantico
si apre con un bacio appassionato il cui effetto è comparato ripetutamente
al vino inebriante. Si parla di «dolcezza del palato», si evocano frutti
freschi e stagionati, latte, focacce all'uva passa, melagrane e fichi.
Nell'aria intanto vagano effluvi di profumi che coinvolgono fino
allo stordimento l'odorato, dal balsamo alla mirra, dall'incenso agli aromi più
rari descritti in quel «paradiso» (tale è il termine usato) che è il giardino della
femminilità, tutto popolato di alberi odorosi (cipro, nardo, zafferano,
cannella, cinnamomo, mirra, incenso…). L'aquilone e l'austro col loro soffio
cospargono di profumi tutte le scene estenuando l'olfatto. Ed è a questo punto
che scatta l'abbraccio che si affida al linguaggio delle mani, del tatto e del
contatto. Le dita dell'innamorato corrono tra le chiome della donna «simili a
un gregge di capre» che mollemente «scendono dalle pendici del Galaad». Ormai i
due sono soli e abbracciati: «La sua sinistra - dice l'amata - è sotto il mio
capo e la sua destra mi abbraccia». E le carezze sono più inebrianti del vino:
curioso è il vocabolo usato, dodîm, plurale di quel dodî, «mio
amato, caro», che la donna ripete incessantemente nel poema. I
"sensi" fisici sono, quindi, vigili e in azione. Eppure - e qui il
nostro parallelo si completa - non lo sono per un frenetico appagamento, fine a
se stesso, in una sorta di torrido erotismo che travolge la mente e il cuore,
in una cecità meramente istintuale. Per
la Bibbia, che ignora la radicale "spiritualità" greca detestatrice
della materialità, il corpo è l'espressione della realtà della persona, è la
nostra identità psico-fisica e della nostra comunicazione: per l'uomo della
Bibbia, non abbiamo un corpo ma siamo un corpo.
È in questa luce, allora, che i sensi non si riducono a organi e
a sensazioni ma diventano messaggio ed epifania sperimentabile dello spirito:
la vista può diventare contemplazione, l'udito si fa
adesione partecipe, l'olfatto scopre l'"odore di santità",
il gusto può rivelare la "sobria ebbrezza" dell'anima e il tatto è il
suggello di questa religiosità dell'Incarnazione, proprio come
scriveva san Giovanni nella sua Prima Lettera: «Ciò che era fin da principio,
ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto coi nostri
occhi, ciò che abbiamo contemplato e
le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita,… noi lo
annunziamo a voi». “
Fonte Gianfranco Ravasi AVVENIRE
L’ascolto,
l’immagine, la percezione delle cose: è
il linguaggio dell’Inconscio.
L’insieme delle
parole, dei suoni, delle tonalità, dei soffi e dei respiri che si confronta e
si fonde con la visualizzazione, che si può ottenere anche ad occhi chiusi, in
una visualizzazione più profonda, degli occhi, cechi
della vista,
ma, sobri e
recettivi del gusto, del tatto dell’odore delle cose.
Il linguaggio
dell’inconscio è lo stesso dell’amore,
dell’amore
carnale e di quello spirituale,
è il linguaggio
del paradiso
perduto di Milton Erickson,
un
paradiso così vicino, che è dentro di noi e allo stesso tempo così
inafferrabile e lontano, perché troppo a portata di mano.
E noi ci
spaventiamo per le cose semplici, ne dubitiamo, e mentre le valutiamo con la
ragione le lasciamo volar via come un aquilone.
Cerchiamo parole
difficili, immagini complesse, sensazioni incomprensibili per esprimere quello
che è gia codificato e chiaro, in un
linguaggio semplice come quello di un bambino
che non ha parole chiave per essere compreso.
Ma solo sguardi,
emozioni e carezza.
E’ uno scrigno
aperto che mostra le sue gioie, ma per noi è troppo semplice valutare che tutto
sia li a portata di mano ed alla luce del sole, e pensiamo che siano falsità,
ed allora la bellezza
e la verità la cerchiamo nell’incomprensibile e nell’ignoto.
Le cerchiamo nel
profondo di un io, prigioniero della sua solitudine, del non darsi per paura di
dare.
Ed in ultima
analisi nel mai poter ricevere.

Gilberto Gamberini
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