XXV Ipnosi e Comunicazione non verbale

 



 


Corso Comunicazione Ipnosi Psicoterapia Ericksoniana 2009

subtitolo XXV Ipnosi Comunicazione Psicoterapia non verbale

Il silenzio rappresenta una grande comunicazione, quando tutti i nostri sensi sono concentrati sul corpo, su quello che esprime il corpo, quando fa affiorare l’anima e non la parola.

Noi possiamo comunicare sul silenzio dell’altro, col nostro silenzio, quando rispecchiamo, quando facciamo da specchio contrario, e non più da modello, quando ricalchiamo col nostro corpo la comunicazione che l’altro esprime in modo non verbale.

La comunicazione avviene sincronizzando la nostra immobilità con la sua immobilità, il suo movimento col nostro movimento, i suoi occhi sui nostri occhi, che guardano allo stesso modo, sul suo respiro che seguiamo col ritmo del nostro respiro.

Se vogliamo attuare una comunicazione ulteriore possiamo introdurre delle lente e progressive variazioni nel nostro respiro, che accelera e rallenta, nel nostro guardare, che scruta, trasmette, propone, invita…che il movimento delle nostre labbra può integrare dando espressione, curiosità e comunicazione al viso e poi cercare un contatto, per una ricerca che è solo fanciullesca, comunicazione non invasiva, attraverso il contatto col suo polso che trasmette gli impulsi del suo sangue, del suo scorrere e del suo cuore.

E poi lasciare all’altro la scelta di agire o di reagire….

Come ….

M.H.Erickson e Il Linguaggio del Corpo

perché per portarti nel mio mondo, devo prima entrare nel tuo
come nella Asimmetria Simmetrica

 

 


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L’ipnosi non verbale.

 

 

A margine dell'argomento che riguarda il ricalcare o il rispecchiare tutto quello che in quel preciso momento fa il paziente, potremmo parlare dell'induzione non verbale.

Facciamo un esempio di induzione che non richieda l'uso della parola. Il paziente ed il terapeuta devono trovarsi necessariamente nella stessa posizione, perché il rispecchiare riguarda tutto. Quindi se il paziente è in piedi, anche il terapeuta deve esserlo. Possibilmente è preferibile che il paziente volti le spalle ad un eventuale pubblico, in modo tale da concentrare tutta la sua attenzione sul terapeuta. Il limite di questo tipo di induzione ai fini terapeutici è che deve trovare, per realizzarsi, dei soggetti fortemente motivati e predisposti. Ai fini didattici e dimostrativi potrebbe avere una qualche utilità. D'altra parte, visto che  nessuna cosa ha un valore assoluto in un senso o nell'altro, questo tipo di induzione potrebbe essere utile nelle fasi iniziali dell'induzione stessa, come è stato utile inizialmente il rilassamento muscolare frazionato nel caso di Max. Può essere utile per creare rapport e per rispecchiare ma poi viene a mancare la successiva fase di elaborazione e di ristrutturazione. In teoria l'elaborazione e la ristrutturazione potrebbero anche esserci ma, in ogni caso, procederebbero per loro conto e non sarebbero guidate dal terapeuta. Ritorniamo alla procedura dell'induzione non verbale. Il terapeuta ed il paziente sono in piedi uno di fronte all'altro. Il terapeuta ricalca tutto quello che il paziente fa in quel preciso momento. Se il paziente guarda l'orologio, anche il terapeuta guarda il suo orologio. Se il terapeuta non ha l'orologio, si guarda il polso allo stesso modo di come lo ha guardato il paziente. Se il paziente compie dei movimenti, il terapeuta compie gli stessi movimenti, allo stesso modo. Il terapeuta respira allo stesso modo e con la stessa cadenza del ritmo del respiro del paziente. Il paziente viene invitato a focalizzare tutta la sua attenzione sul terapeuta, guardandolo negli occhi, estraniandosi da tutto quello che lo circonda. Qualsiasi movimento degli occhi faccia il paziente, il terapeuta lo rispecchia. Se il paziente guarda in alto, il terapeuta guarderà allo stesso modo. Il terapeuta deve sostenere in qualsiasi modo lo sguardo del paziente, senza mai abbassare gli occhi. Dopo un certo lasso di tempo -che può variare da caso a caso- subentra una situazione di stanchezza ed il paziente sbatte gli occhi e sfuoca lo sguardo e chiude gli occhi oppure, sbattendo gli occhi e sfuocando lo sguardo, guarda un qualcosa fuori di sè che non sono più solo gli occhi del terapeuta. A quel punto è pronto per ulteriori suggestioni. Questo momento dell'induzione non verbale può essere letto da diversi punti di vista. La focalizzazione dell'attenzione del paziente sul terapeuta, guardandolo negli occhi, può essere paragonabile all'attenzione tenuta fissa su un oggetto luminoso. In  un caso o nell'altro, si tratta di una suggestione espressa in termini di negazione: il paziente è invitato a guardare fisso una certa cosa, con l'obbligo di tenere gli occhi bene aperti e di non chiuderli mai, sapendo che prima o poi si stancherà  di farlo e quindi, naturalmente, li chiuderà. D'altra parte, qualsiasi cosa faccia andrà comunque bene poiché, sia che focalizzi all'esterno oppure all'interno di sé, sarà comunque in uno stato alterato di coscienza e quindi in uno stato di ipnosi. In ogni caso, ad un certo punto della seduta, sia che il paziente sfuocando lo sguardo decida di guardarsi dentro oppure di guardarsi fuori, il terapeuta, sempre guardando il paziente fisso negli occhi, gli può afferrare la mano e, dopo averla tenuta così per un certo tempo un tempo utile per percepirne il polso e la sudorazione, può procedere ulteriormente. Facciamo un esempio pratico per illustrare meglio il fenomeno.

 

 

 

 

L’induzione d’ipnosi non verbale e il caso dell’ansia di Valeria.

 

 

Valeria è una donna di cinquant'anni; sposata, con due figlie, non lavora. Ha diversi problemi familiari che riguardano principalmente i rapporti con il marito. Soffre di diversi disturbi legati alla menopausa. Si sente insicura e poco considerata ed ha trovato una parziale realizzazione occupandosi della figlia minore che ha diversi problemi di salute. Valeria non ama parlare di sè e dei suoi problemi familiari e non vuole che qualcuno se ne occupi, infatti, viene da me solo perché si sente molto ansiosa. Parlando con lei, mi rendo conto che lei è prevalentemente cenestesica, cioè rappresenta la sua realtà esteriore ed interiore prevalentemente attraverso il canale sensoriale cenestesico. Vive molto intensamente le sue emozioni, le sente sulla propria pelle e soffre, tenendosi il dolore dentro, senza comunicarlo agli altri. Mi è sembrato opportuno portarla su un altro canale sensoriale perché, a volte, semplicemente cambiando il canale sensoriale con cui una persona rappresenta la sua realtà, è già possibile ottenere un cambiamento, in quanto il paziente si valuta da un punto di vista diverso dall’usuale. È come chiedere a qualcuno che soffre: "Di che colore è la tua sofferenza? Potresti darle il colore per te più antipatico e fastidioso. E poi progressivamente cambiarlo fino a farlo diventare il colore per te più gradevole ed amato. Di quel colore che ti fa sciogliere in lacrime di gioia, che tutto portano via e nulla lasciano ristagnare." Avrei potuto farlo attraverso la parola ma in quella occasione ritenni di procedere diversamente perché Valeria mi sembrava una donna molto razionale che pensava molto, forse troppo. Portandola su uno schema di rappresentazione della realtà diverso da quello abituale, potevo interrompere il suo schema di riferimento, spiazzandola e confondendola quanto bastava, per poi magari procedere diversamente. Le feci la proposta e le spiegai quello che intendevo fare. Lei mi rispose che potevo decidere e fare tutto ciò che ritenevo opportuno e utile per lei. Ci mettemmo nella stessa posizione: in piedi, uno di fronte all'altro. Io guardavo verso di lei e verso la stanza, lei guardava verso di me e verso la parete completamente bianca che avevo alle mie spalle. In tal modo era costretta necessariamente a guardare me, visto che non c'era nient'altro che poteva distrarla. Invero, se lei avesse fissato a lungo la parete bianca, avrebbe ugualmente focalizzato la sua attenzione su qualcosa su cui non c’era nulla e sulla quale avrebbe potuto vedere tutto quello che voleva vedere. Le dissi di guardarmi intensamente e di seguire il movimento dei miei occhi; eventualmente, avrei fatto anch'io la stessa cosa seguendo i suoi, qualora lei avesse voluto prendere l'iniziativa. Io cominciai guardarla fissa negli occhi. Ogni tanto lei li muoveva in senso orizzontale, alla stessa altezza, verso il canto interno dell’occhio. Questo era il tipico movimento degli occhi che stava a significare che era sul canale auditivo interno, cioè che stava ascoltando se stessa oppure si poneva delle domande. Chissà cosa stava pensando? Forse si chiedeva cosa diavolo stava facendo lì, oppure si chiedeva se tutto questo le sarebbe servito a  qualche cosa. Magari semplicemente si chiedeva: “cosa cavolo mi farà?” In ogni caso tutte queste immaginarie domande le avrebbero creato un’utile aspettativa, mettendola in uno stato d’animo di attesa. Quando lei muoveva gli occhi sulla linea orizzontale, andando sul canale auditivo interno, anch’io la seguivo dandole delle immaginarie risposte. In ogni caso ricalcavo quello che lei stava facendo, rispettando l’accordo che avevamo fatto di seguirci reciprocamente. Quando lei muoveva il corpo o parti di esso, anche in modo quasi impercettibile, io la rispecchiavo. Lei deglutì, anch’io lo feci. Lei tossì, io feci lo stesso suo movimento, senza però  emettere suoni. Lei mi fissò negli occhi. Io sorrisi per sdrammatizzare quel momento come se fosse un equivalente verbale del “molto bene”. Lei rispose con un uguale sorriso ed allora io alzai il mio  sguardo verso l’alto, al di sopra della  linea  della sua fronte, andando sul canale visivo. Provavo  a riprendere il  controllo del gioco. Lei mi seguì. Restammo così a lungo, nel silenzio totale, interrotto solo dal ritmo dei nostri respiri che respiravano all’unisono come un sol corpo. Poi d’un tratto lei, sbattendo gli occhi, abbassò lo sguardo, fissando apparentemente i miei occhi. In realtà il suo sguardo era sfuocato, fissava tutto e niente allo stesso tempo. Io, sempre guardandola, mi avvicinai a lei con un lento movimento, senza fare rumore. Allungai lentamente la mia mano destra verso la sua mano sinistra e  le afferrai leggermente il polso. Potevo percepire il ritmo del suo corpo attraverso i battiti del polso, la temperatura della sua pelle, la lieve sudorazione ed i leggeri tremiti delle sue dita. Percepivo il suo rilassamento attraverso il battito del suo polso che rallentava assieme al suo respiro. A quel punto, sempre tenendo in modo leggero il suo polso, cominciai a sollevarlo lentamente, lentamente, con movimenti senza tempo. In certi tratti di quel percorso lei rallentava l’ascesa della sua mano e del suo braccio; allora anch’io mi fermavo e le davo tempo. Poi sembrava  fosse lei stessa  a chiedermi di sollevarlo; allora io riprendevo con movimenti lentissimi, quasi impercettibili. Alla fine fu lei a prendere l’iniziativa, fino a portarlo completamente in alto, al  di sopra della sua testa, indicando un punto immaginario del cielo al di sopra della stanza. Ed il braccio restò là, senza peso, come sospeso ad invisibili palloncini. Lei lo guardò  stupita e lo lasciò lassù a sognare per conto suo. Anch’io lo guardavo allo stesso modo. Poi mi ripresi da  quella strana trance  che ci avvolgeva entrambi e ripresi il controllo  dell’induzione. Lei aveva sviluppato un forte rilassamento ed una evidente fenomenologia della trance, lei aveva fatto molto di più di quanto mi aspettavo ed ora dovevo portarla a perseguire gli scopi che si era prefissa con quell’induzione. Le sfiorai con entrambi i palmi delle mani le orecchie, le tempie, la fronte e poi giù, verso gli occhi, fino a chiuderle lentissimamente le palpebre. A quel punto poteva elaborare le sue sensazioni, ritornando di nuovo allo schema di riferimento sensoriale da cui era partita. Io le afferrai le spalle, inprimendole un leggero movimento nella mia direzione e poi all’indietro. Poi anch’io cominciai a dondolare con lei, come fossimo cullati dalle onde. Poi la lasciai e lei dondolava da sola come su una invisibile barca. Mentre lei dondolava, lentamente le abbassai il braccio sinistro, ancora alzato  come se fosse stato il pennone di una nave. Non oppose alcuna resistenza a quel movimento, come se tutto facesse parte di un naturale percorso. In quel momento decisi di ricalcare tutto quello che stava avvenendo attraverso la voce e passai all’ipnosi verbale, per riprendere il controllo di quello che stava succedendo e per farle elaborare le cose nella direzione voluta.

“ Molto bene… Valeria…molto bene…Lasciati…dondolare…Lasciati…dondolare…ancora…se lo vuoi…per… tutto…il…tempo…per…tutto…il tempo…che…vuoi…in un tempo…che…non ha…tempo…perché…questo…è…il…tuo…tempo…E…dondolando…dondolando…puoi…lasciarti…andare…ancora…di più…Non importa…se…e…come…sia nato…nel campo…il giglio…il papavero…o…il…tulipano…Non…importa…Non…importa…se…c’è…stato…vento…freddo…o…caldo…E…lentamente…ti…rendi…conto…

che…forse…esiste…un'altra…dimensione…del  tempo…in cui…le cose…si svolgono…con  dei ritmi…diversi…e…ti rendi…piacevolmente… conto…che…anche…il tuo corpo…può…imparare.. Puoi…imparare…tante…cose…che…già…sapevi…ma…che…non ti rendevi…conto…di sapere… Molto bene… E… puoi…sentire…il vento…il vento dell’est…come…nella poesia…di Shelley…che…muove…gli stessi fiori…ed…anche…i  fiordalisi…come…fossero onde…in un mare…d’erba…verde…come…i  riflessi…del mare…profondo…Ed…andare…lontano…lontano da tutto… lontano da niente…per  poi…ritornare…sazi…di tanto sapere…E…la mia voce…che…parla…con i ritmi…del tuo corpo…con i ritmi…del tuo respiro…giunge…a te…interrotta…da quelle…pause…da…attimi…di…  silenzio…che…ti servono…per ritrovarti… e…per ritrovare…cose…apparentemente…perdute…ma…che…se…sai aspettare…il mare… riporta…a riva…E…magari…le trovi…cambiate…lavate…dal blu…del mare…luminose…come stelle…ma…non era…forse…quello…che…tu volevi?…Ed andare…andare…facendo a gara…con le onde…che…si infrangono…sulla riva…spezzando…le catene…che…ti trattenevano…nella calma…stantia…del porto… E…solcare…le onde…alla ricerca…di quelle…  più alte…per andare…ancora… più lontano…senza…tema…di tempeste…che…tutto…portano…via…anche…i pensieri…Molto bene…molto bene…navigatore solitario…Ora…possiamo…tornare…al porto…forse…un altro porto…forse…è…lo stesso…di prima…ma…ora…tutto è cambiato…perché…c’è… qualcuno…che…ti aspetta…e…che…ti prende…per mano…Molto bene…Valeria…chiamata…anche…nelle leggende del  mare…che…raccontano… i  vecchi marinai…nelle fumose…come nebbie…osterie dei porti…con lo  stesso nome di…Ulisse…”

A quel punto, mi avvicinai a Valeria; interruppi il suo lento dondolio, le presi la mano e la feci sedere sulla poltrona e ripresi: “ Molto bene…Ulisse…lo sa…che…lei…assomiglia…come…due gocce d’acqua…ad una certa…Valeria…dispersa…in mare…tanto… tempo fa…ancora…ai tempi…in cui…si bruciavano…le mogli…sulle pire…quando…morivano i mariti?…La informo…ufficialmente…che…ora…non si fa…più…”

Lei aprì gli occhi e squadrandomi da  capo a piedi mi disse: << Ma io non voglio che mio marito muoia io gli voglio bene! >>

“ Bene allora” dissi io “ Dia una controllata al  suo sesso perché non si capisce bene se lei è Valeria oppure Ulisse e poi vada di là, dove suo marito l’aspetta, e glielo dica forte in faccia!”  

 

XI SEGNI RICALCO E GUIDA NON VERBALE

 

 

Musc viso si rilassano

 

Viso più piatto Viso alla Modigliani

 

Espressione del viso

 

Simmetria del viso

 

Sorriso

 

Movimenti inconsci del corpo…. i movimenti inconsci sono più lenti

Movimenti involontari

Contrazioni

Tremori fini

 

Respirazione cambia

Sospiri

 

Calore alle mani c’è una vasodilataz periferica

Temperatura  corporea può modificarsi

 

Battito cardiaco più lento e regolare

Polso rallenta

 

Sudorazione

 

Riflesso della deglutizione

 

Sguardo sfuocato è associato ad una elaborazione interna

 

Dilataz pupille

 

Ruotare occhi all’indietro o verso l’alto

Battiti rapidi delle palpebre

Movimenti oculari rapidi REM (visualizzazione in atto)

 

Rispecchiate per entrare in rapport e poi trascinatelo in ipnosi mettendovi da voi stessi in uno stato di alterata coscienza, assicurandovi che l’altro vi segua.

 

Posso dilatare le mie pupille….sbattere le palpebre per trascinarlo …ricalcare il suo tono muscolare….

 

Accessi oculari

 

Nella lievitazione del braccio  quando lo faccio scendere se scende con delle piccole pause come una foglia che cade esprime un movimento inconscio

 

 

Gilberto Gamberini

 

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