Milton
H Erickson e il linguaggio del corpo.
Il tempo di aspettare.
.
aveva l'umiltà di mettersi in gioco, aveva
la curiosità tipica degli scienziati e il tempo dei filosofi.
Se vuoi comprendere il mondo di un altro
e se vuoi che l’altro comprenda il tuo,
devi prima calarti
nel suo.
Quando era in clinica psichiatrica
Milton H Erickson cercò di
mettersi in rapporto con un autistico,
che
non parlava, ma esprimeva solo dei movimenti alla apparenza automatici
e senza senso.

Erickson
si posizionò di fronte, lo guardò a lungo,
lo studiò e iniziò a ripetere gli stessi movimenti,
che l'altro eseguiva,
prestandogli la massima attenzione.
Non era una pantomima per prenderlo in giro,
ma per entrare in comunicazione con lui.
La cosa continuò nel tempo,
giorno dopo giorno.
Progressivamente,
la comunicazione motoria data da quella persona a Erickson
diventò diversa.
E anche Erickson si adeguò a quei cambiamenti.....

Un giorno, fu Erickson che azzardò a proporre una
variazione del loro "discorso" introducendo dei movimenti
nuovi.
Nel successivo incontro l'altra persona cominciò a ripetere i
movimenti nuovi introdotti da Erickson, introducendo delle varianti.
E così il "dialogo" continuava.
Contavano entrambi di fare una vera comunicazione,
fatta non solo di ricalchi dei movimenti dell'altro,
ma anche introducendo dei comunicazioni nuove.
Diventò....un vero dialogo...senza parole.
Dopo molto tempo,
Erickson, con la sua tenacia
riuscì a portarlo nel proprio mondo.
Ma quanto tempo occorre per ottenere questi risultati?

....Erickson risponderebbe "col tempo
che ci vuole"
L'idea di ottenere il massimo col minimo dello sforzo
è virtuale.
Se vuoi essere reale devi ammettere a te stesso che nella vita
otterrai, a volte, il "minimo" col
massimo del tuo sforzo.

Gilberto
Gamberini
Copyright © 2004-2008
[Gilberto Gamberini]. Tutti i diritti riservati.
Liberamente tratto dai racconti
didattici di Milton H.Erickson
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