L’amore e l’aquila

foto interventoGilberto Gamberini

 

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Marta era un fiore in sboccio.

Pareva destinata a non appassire mai.

Un giorno, un uomo la chiese in moglie.

Marta lo frequentò: quell’uomo si dimostrava buono e dolce, comprensivo e giusto.

Marta accettò di sposarlo.

Ma quella apparente felicità era destinata a non durare.

A Marta, man mano che passava  il tempo sembrava di aver a che fare con un  uomo diverso, scorbutico e diffidente, geloso della sua stessa ombra.

Una sera, lui rientrò a casa ubriaco.

Lei gli disse qualcosa ....e lui la investì con un torrente di ingiurie.

Marta si rinchiuse nella cantina, per paura di essere percossa e per tutta la notte lo sentì imprecare e rompere gli oggetti di casa.

Era quasi l’alba quando  lui si addormentò e allora Marta uscì dal suo nascondiglio.

Marta udì dei rumori, provenire dalla cucina.

Erano dei piccoli colpi, che provenivano dalla finestra.

Aprì e vide sull’intero spazio del balcone una grande aquila con le ali spiegate.

Lei sorrise di gioia ed esclamò:

 “Sono felice di rivederti dopo tanto tempo, mio angelo custode”.

 L’aquila la guardò negli occhi blu e parlò:

 “Non sono io quell’angelo che tu ricordi, quello che ti riportò a casa quando da bambina ti perdesti nel bosco!  Io sono uno dei suoi aquilotti. Io, come mia madre, ho sempre vegliato su di te.”

L’aquila continuò:

“Vieni con me, ti porterò in alto nel cielo e ti farò vedere quello che solo le aquile possono vedere”.

Le prese delicatamente le spalle sotto i suoi artigli e sbattendo le ali piano piano, lasciò che il vento li portasse in alto.

Fu inebriante.

Marta ricordava ancora quel volo da bambina, ma ora era ancora più bello.

Si sentiva protetta, in quel intervallo di tempo, lontano dall’ira di un uomo che non capiva più.

Vide il diverso colore dei campi incolti e curati.

Vide i colori del bosco, delle montagne e del cielo che si specchiavano nelle acque del lago e dei fiumi.

Era quasi sera quanto volarono verso casa.

Il marito di Marta, li vide nel cielo e senza curarsi del male che avrebbe causato alla moglie, prese il fucile e mirò all’aquila.

Si sentì come lo schiocco di un ramo spezzato: lo sparo spezzò un ala dell’aquila.

L’aquila trattenne l’urlo di dolore e trattenne anche Marta, saldamente, tra gli artigli.

Con uno sforzo immane planò tra gli alberi del bosco e poi perse i sensi.

Marta fece coi rami una imbracatura, si tolse le vesti e le avvolse attorno all’ala. Andò al lago e raccolse l’acqua che serrò sul suo seno; e da lì il becco dell’aquila bevve nei giorni e nelle notti che passarono.

Marta la coprì con le foglie cadute e si adagiò sull’aquila per proteggerla dal freddo delle notti, ed attese.

Gli animali, si sa, sono forti, specie quando si sentono così amati, e sarà per amore o sarà perché così volle Dio, l’aquila si salvò.

Lentamente riprese le forze, finché un bel giorno riuscì ad allargare l’ala ferita ed a sbatterla al vento, e poi lentamente si sollevò da terra, compì alcune evoluzioni in cielo, fece infine un lungo volo esplorativo, andò a caccia e poi tornò.

Afferrò Marta e la sollevò in alto nel cielo,

ancora più in alto di quanto qualsiasi fucile potesse mai arrivare,

e poi lasciandosi il sole alle spalle,

la portò al suo nido in cima alla montagna dove vissero felici e contenti,

anche se per la loro diversa natura

non si poterono mai amare come si amano tra loro gli uomini.

 

Gilberto Gamberini

 

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