L’amore e l’aquila
Gilberto
Gamberini
Copyright
© 2004-2008 [Gilberto Gamberini]. Tutti
i diritti riservati.
Marta
era un fiore in sboccio.
Pareva
destinata a non appassire mai.
Un
giorno, un uomo la chiese in moglie.
Marta
lo frequentò: quell’uomo si dimostrava buono e dolce, comprensivo e giusto.
Marta
accettò di sposarlo.
Ma
quella apparente felicità era destinata a non durare.
A
Marta, man mano che passava il tempo
sembrava di aver a che fare con un uomo diverso, scorbutico e diffidente,
geloso della sua stessa ombra.
Una
sera, lui rientrò a casa ubriaco.
Lei
gli disse qualcosa ....e lui la investì con un torrente di ingiurie.
Marta
si rinchiuse nella cantina, per paura di essere percossa
e per tutta la notte lo sentì imprecare e rompere gli oggetti di casa.
Era
quasi l’alba quando lui si addormentò e
allora Marta uscì dal suo nascondiglio.
Marta udì dei rumori, provenire dalla
cucina.
Erano dei piccoli colpi, che provenivano
dalla finestra.
Aprì e vide sull’intero spazio del
balcone una grande aquila con le ali spiegate.

Lei sorrise di gioia ed esclamò:
“Sono felice di rivederti dopo tanto tempo, mio angelo
custode”.
L’aquila la
guardò negli occhi blu e parlò:
“Non sono io quell’angelo che tu ricordi, quello che ti riportò a
casa quando da bambina ti perdesti nel bosco!
Io sono uno dei suoi aquilotti. Io, come mia madre, ho sempre vegliato
su di te.”
L’aquila
continuò:
“Vieni
con me, ti porterò in alto nel cielo e ti farò vedere quello che solo le
aquile possono vedere”.
Le
prese delicatamente le spalle sotto i suoi artigli e sbattendo le ali piano
piano, lasciò che il vento li portasse in alto.

Fu
inebriante.
Marta
ricordava ancora quel volo da bambina, ma ora era ancora più bello.
Si
sentiva protetta, in quel intervallo di tempo, lontano dall’ira di un uomo che
non capiva più.
Vide
il diverso colore dei campi incolti e curati.
Vide
i colori del bosco, delle montagne e del cielo che si specchiavano nelle acque
del lago e dei fiumi.
Era
quasi sera quanto volarono verso casa.
Il
marito di Marta, li vide nel cielo e senza curarsi del male che avrebbe causato
alla moglie, prese il fucile e mirò all’aquila.
Si
sentì come lo schiocco di un ramo spezzato: lo sparo spezzò un ala dell’aquila.
L’aquila
trattenne l’urlo di dolore e trattenne anche Marta, saldamente, tra gli
artigli.
Con
uno sforzo immane planò tra gli alberi del bosco e poi perse i sensi.
Marta
fece coi rami una imbracatura, si tolse le vesti e le avvolse attorno all’ala.
Andò al lago e raccolse l’acqua che serrò sul suo seno; e da lì
il becco dell’aquila bevve nei giorni e nelle notti che passarono.
Marta
la coprì con le foglie cadute e si adagiò sull’aquila per proteggerla dal
freddo delle notti, ed attese.

Gli
animali, si sa, sono forti, specie quando si
sentono così amati, e sarà per amore o sarà perché così volle Dio,
l’aquila si salvò.
Lentamente
riprese le forze, finché un bel giorno riuscì ad allargare l’ala ferita ed a
sbatterla al vento, e poi lentamente si sollevò da terra, compì alcune
evoluzioni in cielo, fece infine un lungo volo esplorativo, andò a caccia e poi
tornò.

Afferrò
Marta e la sollevò in alto nel cielo,
ancora
più in alto di quanto qualsiasi
fucile potesse mai arrivare,
e
poi lasciandosi il sole alle spalle,
la
portò al suo nido in cima alla montagna dove vissero
felici e contenti,
anche
se per la loro diversa natura
non
si poterono mai amare come
si amano tra loro gli uomini.

Gilberto Gamberini
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