Gilberto
Gamberini
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Barriere: Il grembiulino e il velo
La diversità a scuola
La diversità è una barriera
la somiglianza esprime vicinanza
Bisogna abbattere le barriere…..
Barriere
è accentuare le differenze
considerando sempre di meno le cose che
possono unire
L’abito non farà il monaco ma comporta
notevoli difficoltà….
la diversità può divenire una barriera…
un
velo ….un grembiulino….qualsiasi cosa vi separa dall’altro…..
Avevo frequentato la prima classe della
Scuola elementare a Bologna,
dove ero nato e sempre vissuto,
in centro in Via Marconi….
dove vivevo coi nonni materni….
I miei genitori si erano trasferiti in Friuli
Venezia Giulia,
assieme alla famiglia paterna….
li raggiunsi
e li iniziai la seconda classe della
scuola elementare….
Vi fu un problema, da subito…
la
lingua: io parlavo unicamente l’italiano,
mentre i ragazzi della mia età parlavano
un idioma totalmente sconosciuto,
per me dai tratti divertenti…
ragazzo si diceva “frut”
ed io mi sentivo una banana…..
il friulano…..
Al di là della lingua,
che poteva, anche, stimolare la mia
curiosità….
il problema era un altro:….
ero vestito come una bambina….

Gli altri ragazzi indossavano un
giubbotto blu, pantaloni lunghi,
e i “scarpets” in quel mese di ottobre….
scarpe molto semplici con una suola in
gomma
e sopra di stoffa pesante scura rigata
tipo velluto….
Io suscitavo la loro ilarità….
il termine è troppo dolce……
mi ridevano dietro….
i commenti non li capivo ma le loro facce
si…..
Io ero vestito con grembiulino nero,
colletto bianco,
fioccone azzurro….
tipo buona novella di nascita maschile…..
pantaloni bermuda fino al ginocchio e
gambe al vento,
calzetti visibili e scarpe normali…
Le ragazze erano vestite allo stesso mio
modo….
le differenziava la gonna,
che, però, sotto il grembiule, faceva lo
stesso effetto dei mie bermuda,
e ….il fiocco che era rosa…….
Quello che suscitava più curiosità erano
i miei pantaloni,
che finivano al ginocchio,
per cui mi sollevavano il grembiule,
allo stesso modo, con cui alzavano quello
delle femmine,
convinti di scoprirci….
qualche mancanza…..
Sul fiocco colletto e grembiulino non
c’era tregua…
ridevano e basta….
Per ultimo vi era una mania di mio padre
che aveva rigorosamente i capelli
impomatati di breel-cream,
e pettinati all’indietro,
una moda degli anni 50…..
indovinate come erano i miei capelli?….
Sono convinto che lo avete già
indovinato…..
La mia non era integrazione…..
ma disintegrazione….
del tipo Sartana scavati la fossa e poi
muori….
Chissà perchè gli adulti non si rendono
conto della sofferenza dei bambini
e pretendono che quello che va bene a
loro vada bene per tutti?
Mah….sono genitori…..solo
genitori….
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Che senso ha questi ricordi con
l’attualità….
ha molto senso,
perché io volevo integrarmi e quella
“divisa”
quel modo di essere……
che non era il mio
esistere….
era una delle barriere che me lo
impediva….
ma non era la sola…..
La mia famiglia paterna e genitori,
un clan di 13 persone aveva instaurato in
piena terra friulana…..
un enclave bolognese-budriese che
mangiava tagliatelle alla bolognese,
parlava dialetto bolognese,
e che, per di più, viveva non solo in
piena campagna,
ma manteneva dal paese la distanza di
alcuni kilometri,
come ad accentuarne le differenze….
Devo dire che io sarei volentieri tornato
a Bologna,
ma da una parte non capivo gli adulti,
parlavano sempre di come era bella
Bologna,
ma se era così bella
perché non ci tornavano invece di
lamentarsi sempre?
Come tutti i bambini …..
avrei
voluto fare amicizia con gli altri ma c’erano delle grosse difficoltà….
A parte la distanza di kilometri….
Non c’era la voglia di farmi condividere
nulla coi paesani
da
parte della mia famiglia,
come se la frustrazione che sentivano,
lontano dai loro luoghi amati
li portasse volontariamente ad isolarsi
ancora di più,
e le loro “fughe” erano individuali,
nascoste….
e non facevano parte di una reale e
voluta strategia del ritorno…..

Metaforicamente: sputavano su quello che
mangiavano,
non amavano il luogo in cui erano,
ma non tornavano a casa loro….
Io all’inizio sentivo nostalgia di
Bologna,
del mio amico di prima elementare che
abitava in lussuoso attico su Via Marconi,
di mia cugina, dei miei
cugini,
dell’atmosfera di città,
delle sue luci,
delle vetrine coi giochi colorati
all’interno,
dei plastici dei treni elettrici, tanto
grandi da sembrare veri,
delle edicole….
i cinema,
gli addobbi del Natale
nelle strade….
del suono delle zampogne….
dei mercatini di Santa Lucia e dei presepi….
e soprattutto di mia nonna
materna….
che tanto amavo
e che arrivai a dimenticare per resistere
alla sua lontananza…..

Poi desideravo sostituire tutto questo con
qualcos’altro….
Ma quel qualcos’altro era più lontano di
quei pochi km
che mi separavano dal paese….
I miei compagni di scuola andavano a
dottrina,
a servire messa, a giocare davanti alla
chiesa,
e il prete dava loro le gallette…..
per le poche volte che ci andai quelle
gallette mi sembravano buonissime….
molto meglio delle tagliatelle….
ma era il gioco con gli altri che mi
affascinava…..
Si giocava di “libero”….
e già quel nome mi piaceva…..
mi sentivo libero….
come quel mio
zio….
anche se i miei compagni non mi
liberavano…….
E’ difficile che un bambino non abbia
voglia di integrarsi…
è difficile che un bambino non abbia
voglia di giocare….
è difficile che un bambino non sia simile
ad altri bambini…..
è
difficile che il suo sangue sia di diverso colore….
ed è per questo che non credo che un velo
o un qualsiasi altro marchio
che nasconde altri marchi lo aiuti a
vivere e a capire…..
Devo dire che io imparai la lingua
friulana,
a comprenderla e a parlarla, solo alla
fine della università
quando da medico condotto andai a
Bordano,
paesino che non era distante da dove
abitavo,
ma che per i paradossi delle cose non
avevo mai frequentato…
Lì parlavano solo friulano
ed i casi erano due o insegnavo a tutti a
parlare italiano
o io imparavo il friulano….
Così dissi in terapia a Thomas
molti anni dopo….
La battaglia era impari e così io imparai
il friulano….
devo dire che grazie a quella
comprensione capii molte cose che prima non comprendevo….
Mi fermai lì solo per poco più di un anno
ma devo dire che il più bel complimento
che ricevetti,
fatto a
qualcuno che mi criticava fu …
una frase semplice e perentoria,
che poneva fine a qualsiasi
discussione…..
“tas tu …a l’è dai nestris….”
“taci tu….lui è uno di noi”
Ed io come tale mi sentivo e mi sento…..
uno di loro …
e per loro parlerò……
al di là che siano bolognesi, friulani,

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